Homo sum

( ecco cosa accade dell’euforia antropocentrica, quando si fondono insieme due pagine tratte rispettivamente da: “Una coscienza” di Christof Koch” e “Il dio delle piccole cose” di Arundhaty Roy)

C’è un piccolo pianeta azzurro, disperso ai margini di un remoto angolo dell’universo, che gravita intorno ad un sole, una stella tra le migliaia di miliardi che popolano la via lattea.

In questo trascurabile pianeta vivono strani esseri, comparsi dal brodo primordiale, sfiniti da una lotta epica per la sopravvivenza durata ere intere. Nonostante ogni prova del contrario, queste creature bipedi si considerano come dei privilegiati, abitanti di un posto esclusivo ed irripetibile, composto da migliaia e migliaia di stelle. Quel minuscolo pianeta azzurro ha oggi quattromilaseicento milioni di anni. Immaginiamocelo, dunque, come  una donna di quarantasei anni. C’era voluta tutta la sua vita perché essa diventasse ciò che era. Perché gli oceani si separassero. Perché le montagne si sollevassero dal suolo. La donna, che adesso ne ha 46, aveva undici anni, quando apparve il primo organismo monocellulare. I primi animali, creature come i vermi o le meduse, apparvero quando aveva già quarant’anni. E ne aveva più di quarantacinque -giusto sei mesi prima- quando i dinosauri vagavano per il pianeta. La civiltà umana, come noi la conosciamo, è iniziata solo due ore fa: e cioè, l’intera storia contemporanea, le guerre mondiali, l’uomo sulla Luna, e scienza, letteratura, filosofia, cinema ed arte, tutte le conquiste della conoscenza, non sono nulla di più di un battito di ciglia di questa donna.

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