Prosciutto, Prosciutto

tombe

La sera del 22 marzo 1846, per complicazioni successive al parto della figlia che portava il suo medesimo nome, a soli 22 anni, morì Caroline, amatissima sorella di Gustave Flaubert. Siccome il padre della bimba aveva già dato chiari segni di squilibrio mentale,

sarà proprio Gustave, insieme a sua madre, ad occuparsi per tutto il corso della sua vita della piccola Caroline. Di sua sorella, Flaubert conserverà, con gelosia feticistica, senza mai disfarsene, il suo scialle variopinto, una ciocca di capelli, il tavolo e d il leggio su quale la sorella scriveva:“ ecco tutto, ecco tutto quello che resta di quelli che si sono amati”. La descrizione della cerimonia della sepoltura della sorella avviene in una lettera inviata al suo fraterno amico Maxime du Camp. Un interramento indimenticabile: avevano fatto male i loro calcoli i beccamorti. La fossa è troppo stretta, la bara non entra. I becchini si spazientiscono: scuotono, tirano, girano la bara in tutte le maniere. Usano la vanga , si procurano delle leve, ma senza alcun risultato: la bara è più grande della fossa e non vuole entrare. Alla fine, uno, il più impaziente, decide di osare l’inosabile: “ci ha pestato sopra(era il posto della testa) per farla entrare”. Flaubert, che assiste esterrefatto alla cerimonia,  in piedi con il cappello in mano, si getta a terra. Urlando. Trentatré anni dopo, l’8 maggio 1880, toccherà subire a lui, fratello e zio di Caroline, un trattamento analogo. La sua violenta indignazione per i funerali religiosi di George Sand non fu tenuta in conto alcuno dalla nipote dilettissima, che gli confezionò, contrariamente a quanto lui desiderava, un funerale ultracattolico nella natia Rouen. La cerimonia fu tetra e dozzinale. I cittadini di Rouen osservarono lo scombiccherato corteo funebre, che procedeva attraverso la città, con malcelato disinteresse e qualche punta di astio nei confronti di un uomo che s’era sempre tenuto ben lontano dalla loro contagiosa bêtise. Ma qualcuno di essi, probabilmente, si rallegrò al sentire ciò che accadde al cimitero, quando tentarono di calare la bara di Flaubert nella tomba. Una replica, quasi da manuale, della sepoltura della sorella: la fossa era troppo piccola. Maneggiando la cassa in maniera maldestra, i becchini la fecero bloccare di traverso, a testa in giù, tanto che, ad un certo punto, sembrò impossibile sollevarla o abbassarla. Ora era sua nipote Caroline a recitare la sua stessa parte, sull’orlo della fossa, torcendosi le mani e gemendo alla vista dell’orribile spettacolo. Alla fine, riuscirono nell’intento. Raccontano i Goncourt nel loro Journal ciò che avvenne subito dopo, appuntando la loro attenzione su un mirabile personaggio, quell’ Ernest Commanville, marito di Caroline, a cui Gustave aveva già ceduto tutti i suoi averi per evitare a lui, ma soprattutto a sua nipote, il fallimento. Questi, il giorno stesso delle esequie, “divorando molto elegantemente sette fette di prosciutto”, discute con coloro che partecipavano alla cerimonia funebre su quanto potrà  comprensibilmente ricavare dalle opere e dalla corrispondenza di Flaubert. Chiosano i Goncourt: “Ah ! mon pauvre Flaubert ! Voilà autour de ton cadavre des machines et des documents humains, dont tu aurais pu faire un beau roman provincial”.

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